Ogni settimana pubblichiamo su LinkedIn un commento su un tema che tocca il nostro lavoro. Qui li trovi tutti, dal più recente. Le notizie da cui nascono sono nella sezione News della home e nell’archivio della rassegna.
Il junior usa l’AI per imparare. Il senior la usa per delegare.
È il passaggio che mi è rimasto di un articolo del Sole 24 Ore di agosto sugli agenti intelligenti, e in uno studio di ingegneria ambientale pesa più di quanto sembri.
Una pratica autorizzativa è un mosaico di documenti: pareri, prescrizioni, piani di monitoraggio, verbali di conferenza. Un agente li legge, li confronta e in pochi minuti trova la prescrizione rimasta senza risposta. Il lavoro che per anni ha formato i giovani ingegneri, leggere tutto e ricostruire il filo, adesso lo fa la macchina.
Ed è qui il rischio. Il senior delega perché sa già cosa cercare: su quelle carte ci ha passato vent’anni. Il junior che delega dal primo giorno ottiene la risposta giusta senza capire perché è giusta, e non si accorgerà di quella sbagliata.
La regola che darei ai più giovani: usare l’AI per fare domande, non per avere risposte. Rileggere con lei il parere dell’ARPA, chiederle perché una prescrizione è scritta in quel modo, poi andare in conferenza di servizi e vedere come va davvero. La lettura la accelera la macchina. Il giudizio si forma ancora al tavolo e in cantiere.
Climateflation e greenflation: tre cose che cambiano in un progetto
Oltre un punto di inflazione all’anno entro il 2035. È la stima della Bce per la climateflation, l’inflazione generata dal clima che cambia: raccolti, acqua, energia, assicurazioni.
A luglio Il Sole 24 Ore ne ha scritto dal punto di vista dei consumi e dei brand. Io l’ho letto dal punto di vista di chi progetta.
Climateflation e greenflation, l’inflazione della transizione che arriva quando la domanda di rinnovabili e di infrastrutture green supera l’offerta, cambiano tre cose in un progetto.
La prima è che siccità, stress idrico ed eventi estremi diventano requisiti di progetto: un impianto che non regge il clima del 2035 non è bancabile nel 2026.
La seconda è che il tempo di fornitura pesa quanto il tempo di autorizzazione. Elettrolizzatori, trasformatori, moduli: se la filiera è lunga, un’autorizzazione veloce non serve a niente. Per questo nel biometano e nell’idrogeno ragioniamo in termini di traiettoria multifuel, con tappe che reggono anche quando una fornitura slitta.
La terza riguarda la filiera: le imprese stanno sostituendo i fornitori più esposti al rischio climatico. La resilienza non è più un capitolo dello studio ambientale, è un criterio con cui il committente sceglie con chi lavorare.
In BIOENV lo vediamo ogni giorno: il progetto che arriva in fondo è quello che ha messo in conto il clima, le forniture e la filiera prima di depositare l’istanza, non dopo.
È il passato che ci definisce: Volkswagen, Taranto e la siderurgia green
È il passato che ci definisce. È un pensiero caro a Stephen Hawking e lo trovo vero per le imprese e per i territori: l’esperienza che abbiamo accumulato è ciò che ci tiene in piedi in un mondo che avanza.
Ci ho pensato leggendo, su Il Sole 24 Ore, la vicenda Volkswagen: un piano che riduce di oltre 500mila veicoli la capacità produttiva in Europa e un amministratore delegato che gira nove stabilimenti per spiegarlo ai lavoratori. Quando la grande industria si ridimensiona, sul territorio restano siti, competenze e persone. La differenza tra un’area dismessa e un’area riutilizzata la fanno le scelte che si prendono dopo.
Taranto lo sa meglio di chiunque. Per questo, per noi che ci lavoriamo ogni giorno, la reindustrializzazione della città non può prescindere da un sito siderurgico green e all’avanguardia, senza cokerie, alimentato lungo una traiettoria multifuel in cui idrogeno verde e biometano affiancano e riducono il fossile fino ai combustibili a zero CO2, e dalla bonifica delle aree che oggi sono ferme, per restituire loro una produttività sostenibile. Non si tratta di cancellare il passato siderurgico di Taranto, ma di farne la base della sua prossima industria.
È il lavoro dell’ingegneria ambientale: progettare, autorizzare, bonificare, e accompagnare chi investe lungo tutto il percorso.
Le ho trovate scritte in un piano di monitoraggio ambientale già approvato, quando mi è stato chiesto un preventivo per eseguirle. Per quell’impianto cinque o sei sarebbero state tecnicamente adeguate.
Nessuno aveva obiettato in istruttoria, ed è normale: un piano di monitoraggio sovradimensionato non riceve prescrizioni, perché eccedere non è mai un vizio agli occhi di chi autorizza. Il conto arriva dopo, quando quelle trecento giornate sono diventate un obbligo autorizzativo e vanno eseguite ogni anno, per tutta la vita dell’impianto. A quel punto non c’è consulente che possa aiutarti: quei numeri li hai scritti tu, e l’Autorità Competente te li ha approvati.
Vale per tutto. Le acque controllate ogni mese, le polveri campionate con quella frequenza, i rilievi ripetuti con quella cadenza: scriverlo non costa nulla, rispettarlo costa ogni anno. Scrivere troppo non ti costa niente in autorizzazione. Ti costa tutto in esercizio.
Oggi un buon prompt ti fa scrivere uno studio ambientale. Non ti fa accorgere che dentro quello studio ti sei dato la zappa sui piedi. Il costo di sembrare competenti si è abbassato, e dal documento finito non si capisce più chi lo è davvero: per riconoscere errori e omissioni bisogna conoscere la materia, e serve a scrivere quello che è necessario scrivere, non favole.
Quando devi difenderti in giudizio, scegli il primo avvocato che trovi? E il consulente tecnico che ti rappresenta in causa? E il medico a cui affidi la tua salute? La differenza non la fa l’atto, la perizia o la ricetta: la fa chi la firma.
In BIOENV l’intelligenza artificiale la usiamo, e molto. Il valore però lo mettiamo altrove.
A Brescia sei acciaierie e un’azienda di leghe di alluminio hanno firmato contratti pluriennali di fornitura di biometano con dodici aziende agricole del territorio: circa 34 milioni di metri cubi l’anno, quasi un quinto del loro fabbisogno di metano.
Un quinto, non tutto. Ed è proprio questo il punto.
Nei settori difficili da decarbonizzare nessuna fonte, da sola, sostituisce il metano fossile. La strada realistica è una traiettoria multifuel: il biometano, che entra nei processi esistenti senza modificare gli impianti e nasce da filiere agricole a pochi chilometri; l’idrogeno verde, che copre progressivamente le quote ad alta temperatura e i processi dove il carbonio va eliminato del tutto; e il metano fossile, che resta come base flessibile e si riduce di anno in anno, senza salti che l’impianto e il bilancio non reggerebbero. Il traguardo, nel lungo periodo, sono i combustibili a zero CO2; la traiettoria è ciò che permette di arrivarci senza fermare le fabbriche.
È la traiettoria su cui lavoriamo ogni giorno. In BIOENV seguiamo tre impianti di biometano in Puglia, dalla progettazione all’autorizzazione, e a Taranto facciamo parte, con Saipem e H2 Engineering, del team di progettazione dell’impianto PGHyV da 100 MW di elettrolizzatori per idrogeno verde e ne seguiamo il percorso autorizzativo, nel quadro europeo IPCEI Hy2Infra. Stesso territorio, due tasselli della stessa traiettoria, a pochi chilometri da una delle aree industriali più energivore d’Italia.
Il modello bresciano conferma quello che vediamo sul campo: un contratto di fornitura pluriennale rende bancabile l’impianto prima ancora dell’autorizzazione, la filiera corta protegge dal prezzo del gas, e dove industria energivora, agricoltura e idrogeno convivono le condizioni per il multifuel ci sono tutte. In Puglia ci sono.